Perché Delfin è arrivata al voto più delicato dopo Del Vecchio?
Aggiornato: 28 giugno 2026, 08:35
Per l’Italia questa non è solo una vicenda di famiglia: Delfin controlla una parte decisiva dell’eredità industriale e finanziaria costruita da Leonardo Del Vecchio. Martedì 30 giugno gli otto soci della holding lussemburghese dovranno approvare il bilancio 2025, decidere sul dividendo e votare sulla richiesta di nominare commissari per l’audit. Il punto più sensibile è il bilancio: senza i cinque voti necessari, la cassaforte degli eredi potrebbe entrare in una crisi istituzionale dagli esiti non definiti.

Dietro i titoli
Delfin è la società a responsabilità limitata lussemburghese che custodisce partecipazioni di peso in EssilorLuxottica, Generali, Mps, UniCredit e Covivio. Secondo le ricostruzioni pubblicate, ciascuno degli otto soci possiede il 12,5% del capitale: per approvare il bilancio serve una maggioranza superiore alla metà, quindi cinque voti su otto.
La tensione nasce dal tentativo di Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore di Luxottica, di acquistare le quote di Luca e Paola Del Vecchio. L’obiettivo era salire al 37,5% e diventare il primo socio della holding. Il progetto si è però fermato dopo il no del consiglio di amministrazione alla lettera di patronage richiesta dalle banche per sostenere l’operazione.
- Lettera di patronage
- Nel caso Delfin, era una dichiarazione di impegni richiesta dalle banche: non prevedeva un’erogazione immediata né un finanziamento diretto a Leonardo Maria Del Vecchio.
- Commissaire aux comptes
- È una figura di controllo prevista nella società lussemburghese, finora non attivata secondo quanto riportato.
- Buyback
- È il riacquisto di quote da parte della stessa holding; nelle ricostruzioni compare come possibile strada alternativa.
Che cosa è successo
Il passaggio decisivo è arrivato con il cda del 24 giugno. Secondo la ricostruzione di Milano Finanza, il board si è diviso sulla lettera di patronage: favorevoli Francesco Milleri e Mario Notari, contrari Romolo Bardin, Giovanni Giallombardo e Aloyse May.
La lettera avrebbe definito un meccanismo di tutela per evitare che, in caso di mancato rimborso del finanziamento, le banche potessero entrare nel capitale della holding. Il documento prevedeva che Delfin potesse riacquistare l’intera quota del 37,5% riconducibile all’operazione al prezzo di 10 miliardi di euro, includendo non solo le quote di Luca e Paola, ma anche il 12,5% originario di Leonardo Maria.

All’assemblea del 30 giugno arriverà anche la richiesta di nominare commissari per l’audit. Secondo il Corriere della Sera, la lettera è stata firmata da Leonardo Maria Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Paola Del Vecchio, Clemente Del Vecchio e Nicoletta Zampillo, con l’indicazione di Lara Forte, Fabio Scoyni e Marco Talarico.
Il nodo familiare resta complesso. Gli otto soci appartengono a rami diversi della famiglia Del Vecchio e le alleanze non seguono più una divisione ordinata. Luca e Paola hanno manifestato la volontà di uscire dall’azionariato, mentre Clemente viene indicato come una variabile meno leggibile.
Voci e opinioni
Il Sole 24 Ore, citando Radiocor, riporta che fonti vicine al family office di Del Vecchio jr parlano di una forte irritazione per lo stop al progetto. La frase pesa perché arriva nel momento in cui il voto sul bilancio può trasformare una frattura societaria in una crisi di governance.
delusione e perplessità
La stessa ricostruzione riferisce che il cda viene descritto come spaccato e la famiglia ancora una volta non unita. Non è un dettaglio solo relazionale: in una holding con partecipazioni così rilevanti, la capacità di votare decisioni ordinarie diventa un indicatore della tenuta complessiva del sistema.
Il quadro più ampio
Il paradosso è che la tensione societaria arriva mentre il valore patrimoniale di Delfin risulta rafforzato dall’andamento delle principali partecipazioni finanziarie. Secondo il Corriere della Sera, il rialzo di Generali, Mps e UniCredit ha sostenuto la crescita del valore della holding. La solidità degli attivi, però, non risolve da sola il problema della convivenza tra soci.
Per il mercato italiano il punto è concreto: Delfin non è una holding marginale, ma una cassaforte con partecipazioni in gruppi quotati e strategici. Se il bilancio passerà, la ricerca di un nuovo equilibrio potrà continuare; se non passerà, la crisi entrerà in una fase nuova, con effetti ancora non definiti dalla documentazione disponibile.
Il confronto ricorda quanto la successione nelle grandi dinastie industriali possa incidere sulla governance anche quando gli asset restano forti. Qui il tema non è la qualità delle partecipazioni, ma la capacità degli eredi di gestire regole, voti e interessi divergenti senza bloccare la struttura.
La strada davanti
La data chiave è martedì 30 giugno, quando l’assemblea dovrà votare bilancio 2025, dividendo e commissari per l’audit. Secondo le fonti disponibili, per il bilancio servono cinque voti su otto.
Resta aperta anche l’ipotesi di un riacquisto di quote da parte della holding, indicata nelle ricostruzioni come strada alternativa. Non è stato però comunicato un accordo definitivo tra i soci.
Domande frequenti
Che cos’è Delfin?
Delfin è la holding lussemburghese degli eredi Del Vecchio e detiene partecipazioni rilevanti in EssilorLuxottica, Generali, Mps, UniCredit e Covivio.
Perché il voto del 30 giugno è decisivo?
Perché gli otto soci devono approvare il bilancio 2025. Servono cinque voti su otto e un mancato via libera aprirebbe una crisi istituzionale della holding.
Che cosa voleva fare Leonardo Maria Del Vecchio?
Voleva acquistare le quote di Luca e Paola Del Vecchio per salire al 37,5% di Delfin e diventare il primo socio della holding.
Perché il progetto si è fermato?
Il cda di Delfin non ha approvato la lettera di patronage richiesta dalle banche per sostenere il finanziamento dell’operazione.
Chi ha votato contro la lettera di patronage?
Secondo le ricostruzioni, hanno votato contro Romolo Bardin, Giovanni Giallombardo e Aloyse May; favorevoli Francesco Milleri e Mario Notari.
Che cosa può succedere ora?
L’assemblea può approvare il bilancio e lasciare aperto il confronto sul riassetto, oppure non raggiungere i cinque voti necessari e aprire una fase più critica per la governance.
Risorse
Fonti e riferimenti citati in questo articolo.
