Nella sala della Fondazione Banco di Napoli, tra memorie processuali e conti ancora aperti con la storia italiana, Sergio Cusani e Carlo Sama hanno riaperto una pagina che il Paese non ha mai davvero archiviato. L’occasione era la presentazione dei libri Il colpevole di Cusani e La caduta di un impero di Sama, ma il confronto ha superato presto il perimetro editoriale. Al centro sono tornati Mani pulite, Enimont, il rapporto con Antonio Di Pietro e una domanda politica molto attuale: come si riforma la giustizia senza trasformarla in uno scontro di slogan?

Come si sono svolti i fatti
L’incontro, annunciato come appuntamento pubblico per mercoledì 10 giugno a Palazzo Ricca, in via dei Tribunali a Napoli, ha riunito Cusani e Sama davanti a un pubblico chiamato a rileggere una delle vicende più emblematiche della storia giudiziaria italiana degli anni Novanta. Il tema dichiarato era il processo Enimont, ma la discussione si è allargata al crollo del gruppo Ferruzzi, alla memoria di Raul Gardini e agli effetti politici di Tangentopoli.
Cusani, ex consulente di Raul Gardini e figura centrale del processo Enimont, ha presentato Il colpevole, libro edito da Rizzoli. Sama, ex manager del gruppo Ferruzzi, ha affiancato quel racconto con la propria ricostruzione contenuta in La caduta di un impero. I due volumi, nelle parole emerse durante l’incontro, funzionano quasi come due versioni parallele dello stesso terremoto industriale e giudiziario.
Il passaggio più netto è arrivato quando Cusani ha rivendicato la propria scelta difensiva. Non ha negato la colpa come categoria personale, ma ha spiegato di aver rifiutato quello che definisce un metodo fondato sullo scambio tra collaborazione e trattamento giudiziario più favorevole.
Io sono colpevole, ma sono un colpevole che ha deciso di essere colpevole
Il confronto si è intrecciato anche con il recente passaggio televisivo a Quarta Repubblica, dove Cusani e Sama si sono ritrovati a discutere con Antonio Di Pietro, il magistrato che fu tra i volti principali dell’inchiesta Mani pulite. Quel faccia a faccia ha riportato nel dibattito pubblico un linguaggio che sembrava consegnato agli archivi: maxi-tangente, custodia cautelare, finanziamento illecito, responsabilità politiche.
Dettagli decisivi
La vicenda Enimont non fu un semplice fascicolo giudiziario. Nelle fonti disponibili viene descritta come uno dei procedimenti simbolo di Mani pulite, legato alla maxitangente e al collasso dell’impero Ferruzzi-Montedison. Il Mattino ha ricordato che quei fatti hanno segnato profondamente la storia politica e giudiziaria italiana degli anni Novanta.

Il nodo industriale resta centrale. Secondo la ricostruzione emersa nella trascrizione di Radio Radicale, il gruppo Ferruzzi aveva costruito un peso enorme nell’agroindustria, nello zucchero, nella chimica e in altri comparti. Sama ha insistito sul fatto che quel gruppo non fosse soltanto una sigla finanziaria, ma un sistema produttivo con impianti, occupazione e quote di mercato.
Per capire il peso delle parole usate durante l’incontro, servono alcune definizioni.
- Enimont
- La società nata dall’intreccio tra chimica pubblica e Montedison, poi diventata il cuore della vicenda giudiziaria.
- Mani pulite
- La stagione di inchieste che negli anni Novanta travolse partiti, imprese e rapporti tra politica e affari.
- Maxitangente
- Il pagamento illecito al centro del processo Enimont, diventato uno dei simboli di Tangentopoli.
Il punto politico, però, è più ampio: Cusani sostiene che la corruzione non sia stata cancellata da quella stagione. Nella sua lettura, ha cambiato forma. Non solo denaro, ma collocazione nei centri di potere, incarichi e controllo delle reti decisionali.
Reazioni e risposte
Il tema più attuale è stato il referendum sulla giustizia. Cusani ha detto di aver votato No, spiegando che una riforma di questo tipo non dovrebbe essere consumata tra insulti, propaganda e semplificazioni. La sua posizione non nasce da una difesa corporativa dei magistrati: durante l’incontro ha ribadito di aver avuto rapporti durissimi ma rispettosi con la magistratura.
Non si può litigare, non si possono raccontare bufale, balle, offese su una questione così importante e delicata come la giustizia
Sama si è collocato sul fronte opposto: ha detto di aver votato Sì, collegando la propria scelta alla necessità di responsabilizzare i magistrati, anche alla luce del caso Palamara e delle correnti interne alla magistratura. La distanza tra i due non è solo tecnica. Riflette due modi diversi di leggere la stessa ferita: Cusani insiste sul metodo, Sama sugli effetti prodotti dal potere giudiziario sulle vite, sulle famiglie e sulle aziende.
Un momento molto personale è arrivato quando Cusani ha ricordato il biglietto di condoglianze ricevuto da Francesco Saverio Borrelli dopo la morte della madre, nel gennaio 2000. Quell’episodio, raccontato con commozione, ha mostrato il lato meno prevedibile del suo rapporto con chi rappresentava la Procura di Milano.
Uno sguardo più ampio
Il ritorno di Cusani nel discorso pubblico dice molto anche sull’Italia di oggi. Tangentopoli continua a essere evocata non solo come memoria giudiziaria, ma come chiave per discutere il rapporto tra potere economico, politica e magistratura. Il rischio, segnalato anche da alcune letture critiche recenti, è che la storia venga ridotta a salotto televisivo, perdendo il peso materiale delle sue conseguenze.

Per i lettori italiani, la questione non è soltanto storica. Ogni volta che si parla di riforma della giustizia, responsabilità dei magistrati o rapporto tra imprese e potere pubblico, quella stagione torna come precedente ingombrante. Non offre risposte automatiche, ma ricorda quanto costi al Paese quando le regole diventano terreno di guerra tra apparati.
Cusani ha aggiunto anche una traccia politica personale: oggi voterebbe per chi si oppone alla guerra e difende i più deboli, citando in particolare la Palestina. Ha raccontato di avere una bambina palestinese in affido internazionale, collegando così il tema della responsabilità individuale a una sensibilità umanitaria presente nel suo discorso pubblico attuale.
Cosa succede adesso
Il percorso pubblico dei due libri prosegue anche fuori Napoli. La Nazione ha segnalato un appuntamento al Museo Piaggio di Pontedera, con Cusani e Sama chiamati a raccontare i risvolti della vicenda a più di trent’anni da Tangentopoli. Il calendario editoriale diventa così un nuovo spazio di confronto su una pagina che continua a dividere.
Il dato confermato è questo: Cusani non cerca una semplice assoluzione narrativa. Si definisce colpevole, ma contesta il modo in cui quella colpa è stata inserita nel processo e nella memoria pubblica. Sama, dal canto suo, usa la storia Ferruzzi per discutere il rapporto tra mercato, finanza e magistratura. Insieme riportano una domanda scomoda nel presente: quanto dell’Italia nata dopo Mani pulite è davvero cambiato?
Domande frequenti
Chi è Sergio Cusani?
Sergio Cusani è l’ex consulente di Raul Gardini e del gruppo Ferruzzi, figura centrale del processo Enimont e autore del libro Il colpevole.
Perché Sergio Cusani è tornato a parlare di Tangentopoli?
È tornato nel dibattito pubblico durante la presentazione del suo libro a Napoli, insieme a Carlo Sama, ripercorrendo Enimont, Mani pulite e il rapporto con la magistratura.
Cosa ha detto Cusani sul referendum sulla giustizia?
Ha detto di aver votato No, sostenendo che una riforma della giustizia non dovrebbe essere affrontata con offese, bufale e scontro politico.
Che ruolo ha avuto Carlo Sama nell’incontro?
Carlo Sama, autore di La caduta di un impero, ha offerto la propria lettura del crollo Ferruzzi e ha spiegato di aver votato Sì al referendum.
Dove si è svolto l’incontro su Cusani e Sama?
L’appuntamento si è tenuto alla Fondazione Banco di Napoli, a Palazzo Ricca, mercoledì 10 giugno alle 16.